Ciao,
sono Alessandro, di Firenze. Tra il 2012 e il 2013 ho lavorato nei campi di rifugiati Saharawi per conto di un'organizzazione umanitaria europea.
I rifugiati mi parlavano spesso della speranza di un loro ritorno a casa. La lotta per liberare il Sahara Occidentale era viva nelle loro parole come nel '75. Insieme ad un'amica, Celia, anche lei cooperante in Algeria, cominciammo a pensare ad un progetto fotografico capace di raccontare la vita in un campo di rifugiati. Pensammo di farlo attraverso degli oggetti che per ognuna delle persone fotografate avesse un forte valore simbolico.
È nato così Ritratti della Memoria, un progetto basato su un fil rouge direttamente interpretabile dal pubblico: gli oggetti appartenenti ai rifugiati, per comunicare una crisi di cui si parla troppo poco. Dodici fotografie, dodici ritratti per dodici mesi, dodici oggetti per scandire il tempo che passa e ricordare che sono passati quarant'anni.
I rifugiati aspettano ancora oggi una soluzione che la comunità internazionale non riesce a trovare.
Abbiamo scattato le foto nelle case, per le strade, dove le persone si incontrano. Siamo andati a cercarli campo dopo campo, spiegando loro il nostro progetto. Alcuni non hanno voluto farsi fotografare, altri ci hanno chiesto qualche giorno per pensare all'oggetto. Era importante per noi che la scelta dell'oggetto non fosse casuale.
Incontrammo Fatima nel Campo di Daklha alla fine di giugno del 2013. Era estate, si andava verso il mezzogiorno e c'erano 56 gradi. Le chiedemmo cosa avrebbe portato via in ricordo di quella vita in esilio. Ci portò i datteri del suo orto. C'era stato un progetto per fare orti familiari, per dimostrare che anche in mezzo al deserto la terra poteva dare i suoi frutti. Trovammo un muro con la luce giusta e cominciammo a scattare.
Islem lavora nel centro di salute di Ausserd. Lo avevamo avvisato del nostro arrivo e quando ci preparammo a scattare tirò fuori un piccolo ramoscello. Ci disse che avrebbe voluto tornare in una terra dove c'era vitalità. La vita nel deserto stava abituando le persone a stupirsi di fronte alla bellezza di qualche albero che riusciva a crescere in un luogo in mezzo al nulla.
Crediamo che attraverso gli oggetti e le piccole storie raccontate dai rifugiati che abbiamo incontrato possiamo raccontare la tragedia di un popolo in esilio, la vita di un rifugiato, la speranza di un ritorno in un luogo preciso: casa. Non vorremmo organizzare semplicemente un evento, vorremmo lanciare una mostra itinerante, stimolare occasioni per ascoltare e per vedere il popolo Saharawi, attraverso le voci di chi quotidianamente lavora per aiutare a trovare una soluzione al conflitto e con delle immagini, scattate da noi, cooperanti e fotografi che hanno avuto la fortuna di conoscere da vicino quel pezzetto di deserto.
Abbiamo bisogno del vostro supporto! Per realizzare una mostra fotografica itinerante dobbiamo stampare le foto e le didascalie. Le vorremmo vedere in un grande formato, con una bella qualità di stampa e su un supporto che dia loro valore e che le protegga.
Organizzeremo una mostra fotografica a Firenze di una settimana e metteremo le nostre foto a disposizione di chi vorrà organizzare mostre simili in tutta Italia, che siano comitati in supporto del popolo Saharawi, associazioni del territorio, fondazioni o gallerie, librerie, biblioteche o caffè, singole persone.
La raccolta fondi servirà anche a contribuire alle spese di spedizione.
Abbiamo deciso di inaugurare la mostra insieme alla Robert F.Kennedy Human Rights Europe una delle realtà più importanti a livello mondiale nella difesa dei diritti umani. La Fondazione Kennedy, che ha una lunga esperienza di advocacy sul tema dei diritti della popolazione Saharawi, ha la sua sede europea a Firenze, presso Le Murate, un luogo simbolo delle possibilità di riappropriazione e riutilizzo di spazi pubblici nel tempo. Nato come monastero di clausura nel 1300 e riconvertito in carcere maschile dal 1883 al 1985, il complesso delle Murate è oggi sede di appartamenti popolari, bar, ristoranti e associazioni del terzo settore e negozi che lo rendono uno dei centri aggregativi e culturali della città. A modo nostro, vogliamo contribuire alla trasformazione e all'uso rinnovato di un luogo chiave della città.

La Storia

Sono passati quarant’anni da quando i primi Saharawi hanno dovuto lasciare la loro terra, il Sahara Occidentale, tra il Marocco, la Mauritania e l’Algeria.
All’indomani della morte del dittatore Franco, nel 1975, il regno di Spagna decise di lasciare in gran fretta quella colonia, un’area che aveva occupato per quasi cento anni. La rapida e improvvisa uscita della Spagna lasciò un vuoto istituzionale e l'anarchia. Da nord e da sud il Marocco e la Mauritania provarono a conquistare il Sahara Occidentale, invocando addirittura dei diritti ancestrali su quelle terre.
Durante gli anni Settanta e Ottanta gli scontri tra la resistenza Saharawi, attraverso il Fronte Polisario e l’esercito marocchino obbligarono migliaia di persone a rifugiarsi in Algeria, creando accampamenti di fortuna. In principio quei campi di sfollati furono gestiti da donne, mentre gli uomini continuavano a combattere nei territori occupati.
Il cessate il fuoco fu imposto dalle Nazioni Unite all'inizio degli anni novanta, all'indomani della costruzione da parte del Marocco di un muro minato per proteggere dall’esterno i territori occupati. Tutti pensavano che la soluzione del conflitto fosse vicina. Invece era in arrivo lo stallo e l'immobilità. La situazione oggi non è cambiata.
Il Sahara Occidentale è definito dal diritto internazionale un territorio “non autonomo giuridicamente” perché non è stato trovato nessun accordo in grado di soddisfare sia il Regno di Marocco che la Repubblica Araba Democratica Saharawi, in esilio con i suoi ministeri e il suo Presidente nel sud dell'Algeria.
Una parte della popolazione continua oggi a vivere in esilio, nel vicino deserto algerino.
Secondo le stime più diffuse almeno 100.000 persone vivono nei campi di rifugiati e dipendono dagli aiuti umanitari internazionali per coprire più dell'80% dei loro bisogni di base.
L'inaugurazione della mostra sarà venerdì 6 novembre alle ore 18 presso l'RFK International House in via Ghibellina 12a Firenze

Di seguito le immagini che potete scegliere per le cartoline


Per pagamenti tramite bonifico mandare ricevuta di pagamento a info@replacefund.com IT53A0501802800000000212183 - REPLACE

Hi,
I’m Alessandro, from Florence. Between 2012 and 2013 I worked in several Saharawi refugee camps for a humanitarian organization based in Europe.
Refugees often told me about their hope of returning home. The struggle to free Western Sahara was alive in their words as it was in 1975. Together with a friend of mine who was also working in Algeria, Celia, we began to think about a photographic project to tell the life in a refugee camp. We thought to do so through objects that had a symbolic meaning for those who we photographed.
This led to ‘Portraits of Memory’, a project grounded on something which is directly interpretable by the public: objects belonging to refugees to communicate a crisis of which we don’t speak enough. Twelve photographs, twelve portraits for twelve months, twelve objects to mark the passage of time and remember that forty years have passed.
Refugees are waiting for a solution that the international community is unable to find.
We took pictures in their homes, on the streets, where people meet. We went looking for them from camp to camp, explaining our project. Some did not want to be photographed; others asked us a few days to better think about the object. For us, it was important that the object was not chosen randomly.
We met Fatima in the Daklha Camp at the end of June 2013. It was summer, it was almost midday and a scorching 56 degrees Celsius. We asked her what she would have taken in memory of that life in exile. She brought us the dates from her garden. At that time, there was a project for starting family gardens, to demonstrate that even in the middle of the desert, the earth could bear fruits. We found a wall with the right lighting and we began to shoot.
Islem works at the health centre in Ausserd. We had warned him of our visit and when we were preparing the shooting he pulled out a small twig. He told us that he wanted to return to a land where there was vitality. Life in the desert was forcing people to marvel at the beauty of a tree that could grow in the middle of nowhere.
Through objects and small stories told by refugees we met, we believe that we can tell the tragedy of a people in exile, the life of a refugee, the hope of returning to a particular place: home.
We wouldn’t like to simply organize an event, rather we would like to launch an itinerant exhibition, to stimulate opportunities to listen and to see the Saharawi people through the voices of those who work daily to help find a solution to the conflict, and with the images we took when we had the chance to get to know that piece of desert.
We need your support! To realise this itinerant exhibition we need to print the photos and captions. We would like the photographs to be large, printed with high quality and to have a support able to value and protect them.
We are organizing the first exhibition in Florence, and then our photos will be available to anyone who wants to organize similar events around Italy: committees and groups in support of the Saharawi people, local associations, foundations and galleries, bookstores, libraries and coffee, individuals.
The crowdfunding will also contribute to the shipping costs.
We decided to premier the exhibition together with the Robert F. Kennedy Human Rights Europe, a major actor in the defence of human rights worldwide. The Foundation, which has a long experience of advocacy on the rights of the Saharawi people, has its European headquarters in Florence, at Le Murate, which is a symbol of the possibility of re-appropriation and re-use of public spaces over time.
Founded as a cloistered monastery in 1300 and converted into a male prison from 1883 to 1985, Le Murate is now home to social housing flats, bars, restaurants, associations and shops that make it one of aggregation and cultural centres of the city. In our own way, we want to contribute to the transformation and re-use of this site.

The history

Forty years have passed since the Sahrawi people had to leave their land, Western Sahara, between Morocco, Mauritania and Algeria.
After the death of the dictator Franco in 1975, the kingdom of Spain decided to rapidly leave that colony, an area that it had occupied for nearly a hundred years. The rapid and sudden exit of Spain left an institutional vacuum and anarchy. From the north and from the south, Morocco and Mauritania tried to conquer Western Sahara, even invoking ancestral rights on that land.
During the 70s and 80s, clashes between the Sahrawi resistance with the Polisario Front and the Moroccan army forced thousands of people to flee in Algeria, creating makeshift camps. At the beginning, these camps were run by women, while men were fighting in the occupied territories.
The ceasefire was imposed by the United Nations in the early 90s, after the construction by Morocco of a mined wall to protect the occupied territories. Everyone thought that the solution to the conflict was close. Instead, stalemate and immobility followed. And the situation today has not changed.
Western Sahara is defined by international law as a "not legally independent" territory because no agreement was found which satisfies both the Kingdom of Morocco and the Sahrawi Arab Democratic Republic, in exile with ministries and the President working in the south of Algeria.
A part of the population still lives today in exile, in the neighbouring Algerian desert.
According to the most used estimates at least 100,000 people are living in refugee camps and are dependent on international humanitarian aid to cover more than 80% of their basic needs.
The exhibition opening will be Friday, November 6 at 18 at the RFK International House street Ghibellina Florence 12a

Below pictures you can choose for postcards


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